Come disegno oggi, come disegnavo a diciassette anni

Buonanotte nottambulini come me che di giorno non avete tempo di scrivere una cippiolina, mi sono dedicata a un mucchio di cose che non faccio in tempo a scriverle tutte, ho rotto un mucchio di cose e mi è rimasto un mucchio selvaggio di fogli e colori in giro, ma sono qui.

La mia vita va trotterellante, ieri sarebbe stato il 106esimo compleanno di mio padre che ho festeggiato quieta, e stasera ho notato nella penombra della cucina che la pianta è cresciuta e quasi ci ho parlato, tanto era alta come lui.

In un sogno notti fa c’ era il giardino non com’è adesso, ma come lo teneva lui con il pergolato di vite, e lo stesso profumo di prune, e c’ era lui, e io gli ho fatto piegare una tovaglia che mi era volata in giardino……che sogno, che emozione….la mia memoria olfattiva e visiva all’ ennesima potenza !!!

Sono qui per mettere uno in fila all’ altro i disegni di oggi e di ieri, altro ieri….

nell’ armadio c’è un vecchio album di foto che non riesco ad aprire e anche alcuni disegni che ho ripescato

Questa qui sotto è la tavola che sto ancora elaborando spiego, il bimbo è abbronzato perchè viene dall’ infinito, mentre la madre tende l’ orecchio per ascoltare tutte le cose che il saputello sa già e è più bianchina perchè vive all’ ombra di questo mondo.

E qui vi dò un indizio forte sul tema del libro, che sto…..per far….pubblicare…..

 

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Quest’ anno ho disertato il mare, per tanti motivi e impegni e mi sono divertita tantissimo, ho capito che anche senza mare si può vivere, ma il mare è l’ introduzione del mio libro, per cui un quaderno di appunti ci sta bene, e mi ispira viaggi africani, anche se probabilmente questo busto è a Parigi, e non lo ricordo…..

 

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Qualche anno fa mi si inceppata la vena creativa, oltre che vabbè ispirazione e quant’ altro, ma al mio little baby piaceva tanto questa modella, e al grido me la rifai, ecco ho ripreso, se non fosse per little baby dove sarei…….

 

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Adamo 2, dopo l’ adamino del vasetto, detta così…..ci sto riprovando, ma da contestatrice quale sono ho eliminato il fulminatore, e ho inserito una Eva giunonica che non mi garba per come sta con le gambe e quindi di quindi in …..minuti liberi,……lo riprendo e cerco di dare un senso a un disegno che mi ispira tanto Pompeii e poco il Rinascimento……Pompeii è un altro indizio del mio libro !

 

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Proprio quando mi ero arresa e stavo per cancellare Eva, mi sono resa conto che dalla tavoletta lateralmente esce della resina, e ho sentito le campane a festa, la memoria, il legno che l’ uomo vuole vinto si ribella e trasuda linfa vitale, il passato di un albero vivo e libero si ripresenta, Pompeii è la memoria che ci resta, intatta immutata…..e nel libro c’è tanta memoria un mare di memoria, millenni……

Dunque continuerò la tavoletta e sia.

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A diciassette anni disegnavo così e che mano decisa devo dire, a riprenderlo e fotografarlo mi sono molto entusiasmata, ero un’ altra me, complice la moda forte anni 90 davo il meglio di me con colori sgargianti, dove sono adesso ?

Adesso sono un’ anima delicata, ripiegata su se stessa che rinuncia al mare, per fermarsi un attimo dopo tanto vagare, e rifletto…..

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A diciassette anni e anche adesso prediligo disegnare donne, con seni scoperti, donne che si scoprono ma restano ferme e lontane, non vedo nulla di male nel corpo è l’ uso che molti ne fanno che è sbagliato, per me nudo è semplice sè.

 

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il libro non è autobiografico.

Buonanotte nottambulini !!!!

Il malato immaginario ha sette piani di cocciutaggine

Oggi mi sento a mille miei cari bloggers lettori e amici.

E’ proprio vero certe professoresse le amerai per sempre, anche se sui banchi non comprendi l’ aderenza della cultura alla vita reale, alla vita vera.

Oggi mi sento di volervi parlare ancora della mia professoressa di lettere.

Un mattino primaverile apparve alla porta della classe con due secondi di ritardo rispetto alla campanella e con la sua stazza di un metro e cinquanta per almeno settanta chilettti pieni,  il seno prosperoso si appoggiò laconica alla porta.

Sogghignava nella mia direzione, sperai guardasse Maddalena la mia amichetta di banco, dalle sue spesse lenti ambrate.

Invece iniziò con me:

“Elena “.

“Si”. Cinguettai incerta.

“Elena, il tuo tema della settimana scorsa”.

“Si, lo avete corretto ? Vi è piaciuto ?”.

“Elena, fece entrando e accomodandosi alla cattedra.

“Elena credo tu abbia scritto qualcosa di straordinario, l’ ho letto a mio marito, ha voluto ascoltarlo due volte, poi sono rientrate le bambine dalla danza, l’ ho riletto e ti volevano telefonare, stamattina mio marito è andato a farne due copie per i colleghi “.

” Bene, è piaciuto !”.

“Elena è semplicemente sublime, riesci a trattenere il pensiero e a cederlo decorando le frasi con pennelli e colori soavi, hai creato dal nulla una storia e hai catturato la nostra attenzione lungo tutte le nove pagine che hai impiegato….”

” Bhè quasi non me ne sono accorta, volevo consegnarne solo quattro ricorda ?”.

” Per carità, mio marito avrebbe gradito altre venti, per non parlare delle bambine, la piccolina si è commossa per come hai raccontato Ansciana “.

( Ansciana era un romanzo indiano sulle cure alternative).

“E allora ? che voto ho preso ?”.

“Per la stesura, i contenuti e la lirica emotiva ti avremmmo dato tutti dieci.”

” Wow ma ?”.

“Elena mia tu sei uscita fuori tema, la traccia chiedeva Un racconto realistico, le Divinità, il misticismo, la magia, la fede, le cure con l’ energia delle mani e della mente non sono un racconto realistico, purtroppo ti ho potuto dare solo sette”.

“Okkey, per me va bene “. La mia amichetta mi abbracciò stretta stretta.

Ma la prof tuonò:

“Elena mia lo sai quanto bene ti vogliamo io e le piccole di casa, ora hai un nuovo ammiratore in mio marito, ma vorrei che scrivessi qualcosa di ben piantato per terra da poter presentare all’ esame di fine anno.”

( esamino di terza media).

” L’ energia della mente è qualcosa di concreto, spesso la chimica è pura follia, tutto quello che appare reale e concreto è un imbroglio, ricorda professoressa lo avete detto voi spiegando Moliere Il malato immaginario, e Sette piani il racconto di Dino Buzzati. ”

Quella sera stessa la mia prof si consultò con il marito che era docente all’ Università di Medicina, figlio di medici blasonati,

Il giorno dopo il mio tema aveva un sette barrato sopra  in rosso e un 10 pieno grande quanto un uovo di papera.

A distanza di anni, scrivo ancora con un pensiero libero senza catene e vincoli.

Il concreto è ciò che le masse ignorano perchè seguono falsi pensatori.

La magia di una energia potente salvifica Divina è ancora il mio oggetto di studio.

Ho scritto all’ editore che sono pronta per la pubblicazione.

Sono pronta a salvare i bambini.

 

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Ghirlanda ellenica II sec a. C.

Oggi vi racconto una storia….

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Come fate voi quando scrivete sul blog ?

In genere io rimurgino se mi succede qualcosa di scriverne, il più delle volte, non penso blog, ma mi sento di voler fermare un’ idea da qualche parte, metti che a qualcuno possa servire, far ridere, o semplicemente passarci senza nemmeno dire ciao.

Si scrive per se stessi, si scrive per evolvere, per migliorarsi, come quando si prende la penna in mano la prima volta e il tratto non è fermo, allora te lo studi e allinei i muscoli, convergi tutto in un punto.

Scrivo perchè mi serve, la scrittura è il mio servitore, lo scritto è il mio servo della gleba docile che concilia il sonno, che crea forme geometriche quando sono al telefono e mi dà modo di sospirare nel rileggermi e molte volte di non riconoscermi.

Come mi è venuta questa grandiosa idea di far pubblicare un libro ?

Vediamo un po’ era marzo…

Volevo fare un diagramma per fissare una cosa, se la vedi su un foglio una cosa presente futura passata diventa per forza di cose un pensiero, una filosofia.

Non serve convincere gli altri, un appunto è per te.

Come stavo messa in quei giorni ?

Urlavo.

Ovvero parlavo ad alta voce per farmi ascoltare, e ubbidire, o perlomeno cercare di creare qualcosa.

Volevo, bramavo un cambiamento.

Ho scritto al primo piccolo emergente editore, e buona la prima ci siamo accordati.

Per assurdo adesso la mia vita è in cambiamento, non mi capita più così spesso di alzare la voce, sono abbastanza serena e dei piccoli cambiamenti si stanno realizzando.

La storia sarebbe questa ? No.

Questa è un prologo iniziale, una premessa un’ introduzione oggettiva, del perchè mi prendo la briga di scrivere in questo blog promuovendo un libro che sonnecchia in questo mini pc.

Finisci di aggiustare il libro perdinci.

Lo voglio far maturare come il vinello, se lo stappi troppo presto sa di mosto, voglio rimescolarlo piano piano lasciare la bottiglia di fianco o a testa in giù e fare un bel botto finale quando gli zuccheri saranno al tappo.

Me ne intendo di vini che credete. Di libri un po’ meno, la mia cultura è solo per bambini, vi so dire subito quando un illustratore avrà uno spaventoso successo, e quando cadrà nell’ oblio.

Per la parola scritta preferisco le barzellette.

Storie a buon fine.

E questo ve lo posso anticipare, il mio libro è a buon fine, semmai verrà completato, si che lo sarà, per Diana, per Giunone, a settembre con calma quando l’ uva mette al giallo oro e al nero corvino.

La storia che vi voglio raccontare come al solito si lega al libro e mi è venuta in mente mentre cercavo immagini nel mio archivio, avrei potuto mettere foto di me al trucco, decoltè molto osè, e invece no, le uniche cose che in settimana mi istigavano a scrivere sul blog erano il vecchio televisore a valvole, che comunque avrà un suo cantuccio e lamentele varie, che nemmeno vale la pena annotare, se ai problemi non dai troppa importanza prima o poi muoiono.

Intanto io ho messo a punto sottili tecniche per far piovere e come una rapdomante vi parlo di una antica leggenda comune alle civiltà di cretesi, micenei, Sumeri, Babilonesi in cui si narra di grotte dove appaiono Divinità.

Queste storie sono antiche e legate a manufatti votivi che ne hanno continuato la trasmissione per generazioni fino a noi.

La bambina del ritratto è molto celebre per aver assistito di persona a fatti di questo genere.

Chiunque abbia delle difficoltà nella vita tende verso il Cosmo, l’ Universo, si sospinge oltre non solo con il viaggio ma con i desideri.

La mia regata libera è partita dalla voglia di girare intorno alla boa e proseguire su una nuova rotta, e dato che anche in piccola misura ci sono riuscita, la barca si è arenata, il libro mi è scivolato in una cartella sullo schermo ( numero uno due e tre ) e poi è rimasto lì incollato mentre mi godo il mio successo.

Ho già avuto successo ?

Un enorme successo, Ulisse torna a Itaca e i proci sono in ferie, torneranno ma forse troverò riparo nella grotta, di per certo nella mia vita si sono aperti piano B piano C e ho piani di scorta fino allla Zeta.

E’ meravoglioso il successo guardi dietro le acque cristalline, guardi avanti è tutto mare, e su è mare che evapora, e credi di essere in una bolla.

Questa mia asfissiante teoria del mondo concavo mi fa sentire protetta, e molto centrata.

Nel libro che farò pubblicare quando tutti voi sarete sommersi di uve e intenti a vendemmiare schiacciando bene gli acini con i piedi, c’è una storia semplice, niente cose complicate, niente bombe, niente dardi, solo soluzioni infinetesimali e semplificate per non fallire.

Cerchi la via maestra non attendere il maestro la tua vita è la risposta, il tuo cuore è la casa.

La bambina raffigurata è Bernardette. Dio quanto mi somiglia.

Di grazia una Poesia

Stamane ho raccolto alcuni libri perchè dovevo attendere una mezz’ oretta, e pensando di colmare l’ inedia, ho deciso di farmi compagnia con una buona lettura.

Poichè le mensole straripano, ho utilizzato alcuni cassetti per tenervi dei libri mammut ossia quelle raccolte omnie dove tutte le opere dell’ autore vengono rilegate assieme.

la scelta è caduta su un libricino di poesia di Leopardi, che trovo originale nei suoi duecento anni e di cui scrissi un racconto che prima o poi condividerò con voi.

Non conoscevo la poesia di apertura e devo dire che è molto ben scritta.

Questo poeta dipinge con le parole tanto da rendere sopportabile la lungaggine, e non è da tutti.

Poi giorni fa ho fatto una foto che vale come premessa del libro, giusto per dare indizi, così in minima parte, ma per vederla dovrete aspettare, perchè è sull’ ipad.

Amo il mio paese, amo la mia vita, e amo il libro che sta per uscire, anche se ho mille dubbi.

mettersi in azione o lasciare le cose come stanno ?

Immagino Leopardi sollevare la piuma o il pennino e intingerlo nell’ inchiostro, stemperare su un panno il superfluo, e osservare me asserendo

Donzella mia cara gli scritti son fatti per essere ascoltati, scrivi dunque, allevia la tua tensione, brama.

In effetti a cosa mi è servito cercare di far pubblicare questo libro ?

Di là c’è mio figlio che ha appena finito di prepararsi delle pizzette con sugo fresco, ha lavato la padella, il suo piatto e le posate, ma queste cose le faceva già a marzo.

Quando mi è venuta la tentazione di imprimere su carta un evento e poi portare a stesura un diario raccolto sulle onde.

Mio figlio ha deciso questa settimana di rassomigliare pesantemente a un suo idolo Jhonny Deep, e non vi dico in quale interpretazione.

Sempre meglio che farsi tatuare da capo a piedi.

Eppure da marzo siamo molto maturati e affiatati, questo libro è stato un filo conduttore sottile, come se avessi messo a terra una matassa e un filo dipanato avesse strusciato lungo le stanze, tra i corridoi, nel giardino, in ufficio, tra la gente.

Il filo me lo sono portato dietro in auto, per strada, lanciandolo sulla riva, quanto ho camminato, quanto ho salito e sceso scale, con un filo nella mente, tra le idee ?

E ora proprio ora che mi veniva di dire a tutti FACCIAMO UN BELL’ APPLAUSO ALL’ EDITORE che ha creato una copertina da un’ idea, frazionandola, intessendola, e sovrapponendo cinquemila anni di storia.

Ebbene proprio adesso che siamo vicini al traguardo della pubblicazione ho paura.

Gli ho scritto ” Così sto pensando a uno pseudonimo, che dici di questo o questo ?”

Pseudonimo è quando senti forte il tanfo di mille cose, quando i capaci li hanno ….chiamati incoscienti, quando senti che vorresti scrivere una lunga lettera a Umberto Eco e chiedergli scusa di non aver capito, di aver letto con superficialità.

Pseudonimo è un ombrello di chi vuol cambiare questo sporco mondo e tirare su la bella Italia che Giacomino vedeva a terra piangere con la testa tra le ginocchia.

E non aveva visto ancora niente.

Pseudonimo è voler tendere la mano a Dei bambini che si arrendono, e li prenderesti a ceffoni pur di non farli arrendere.

Pseudonimo è quando la gente ostenta cose comprate con i diritti dei bambini e gli vorresti tirare via i bambini dalle unghie.

Lo so che è imbarazzante a dirsi ma leggetela è molto brutale

 ALL’ITALIA

 

O patria mia, vedo le mura e gli archi
E le colonne e i simulacri e l’erme
Torri degli avi nostri,
Ma la gloria non vedo,
Non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
I nostri padri antichi. Or fatta inerme,
Nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
Formosissima donna! Io chiedo al cielo
E al mondo: dite dite;
Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
Che di catene ha carche ambe le braccia;
Sì che sparte le chiome e senza velo
Siede in terra negletta e sconsolata,
Nascondendo la faccia
Tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
Le genti a vincer nata
E nella fausta sorte e nella ria.
Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
Mai non potrebbe il pianto
Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
Che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
Che, rimembrando il tuo passato vanto,
Non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov’è la forza antica,
Dove l’armi e il valore e la costanza?
Chi ti discinse il brando?
Chi ti tradì? qual arte o qual fatica
O qual tanta possanza
Valse a spogliarti il manto e l’auree bende?
Come cadesti o quando
Da tanta altezza in così basso loco?
Nessun pugna per te? non ti difende
Nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo
Combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
Agl’italici petti il sangue mio.Dove sono i tuoi figli? Odo suon d’armi
E di carri e di voci e di timballi:
In estranie contrade
Pugnano i tuoi figliuoli.
Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,
Un fluttuar di fanti e di cavalli,
E fumo e polve, e luccicar di spade
Come tra nebbia lampi.
Nè ti conforti? e i tremebondi lumi
Piegar non soffri al dubitoso evento?
A che pugna in quei campi
L’Itala gioventude? O numi, o numi:
Pugnan per altra terra itali acciari.
Oh misero colui che in guerra è spento,
Non per li patrii lidi e per la pia
Consorte e i figli cari,
Ma da nemici altrui,
Per altra gente, e non può dir morendo:
Alma terra natia,
La vita che mi desti ecco ti rendo.

Oh venturose e care e benedette
L’antiche età, che a morte
Per la patria correan le genti a squadre;
E voi sempre onorate e gloriose,
O tessaliche strette,
Dove la Persia e il fato assai men forte
Fu di poch’alme franche e generose!
Io credo che le piante e i sassi e l’onda
E le montagne vostre al passeggere
Con indistinta voce
Narrin siccome tutta quella sponda
Coprìr le invitte schiere
De’ corpi ch’alla Grecia eran devoti.
Allor, vile e feroce,
Serse per l’Ellesponto si fuggia,
Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;
E sul colle d’Antela, ove morendo
Si sottrasse da morte il santo stuolo,
Simonide salia,
Guardando l’etra e la marina e il suolo.

E di lacrime sparso ambe le guance,
E il petto ansante, e vacillante il piede,
Toglieasi in man la lira:
Beatissimi voi,
Ch’offriste il petto alle nemiche lance
Per amor di costei ch’al Sol vi diede;
Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.
Nell’armi e ne’ perigli
Qual tanto amor le giovanette menti,
Qual nell’acerbo fato amor vi trasse?
Come sì lieta, o figli,
L’ora estrema vi parve, onde ridenti
Correste al passo lacrimoso e duro?
Parea ch’a danza e non a morte andasse
Ciascun de’ vostri, o a splendido convito:
Ma v’attendea lo scuro
Tartaro, e l’onda morta;
Nè le spose vi foro o i figli accanto
Quando su l’aspro lito
Senza baci moriste e senza pianto.

Ma non senza de’ Persi orrida pena
Ed immortale angoscia.
Come lion di tori entro una mandra
Or salta a quello in tergo e sì gli scava
Con le zanne la schiena,
Or questo fianco addenta or quella coscia;
Tal fra le Perse torme infuriava
L’ira de’ greci petti e la virtute.
Ve’ cavalli supini e cavalieri;
Vedi intralciare ai vinti
La fuga i carri e le tende cadute,
E correr fra’ primieri
Pallido e scapigliato esso tiranno;
Ve’ come infusi e tinti
Del barbarico sangue i greci eroi,
Cagione ai Persi d’infinito affanno,
A poco a poco vinti dalle piaghe,
L’un sopra l’altro cade. Oh viva, oh viva:
Beatissimi voi
Mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,
Spente nell’imo strideran le stelle,
Che la memoria e il vostro
Amor trascorra o scemi.
La vostra tomba è un’ara; e qua mostrando
Verran le madri ai parvoli le belle
Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,
O benedetti, al suolo,
E bacio questi sassi e queste zolle,
Che fien lodate e chiare eternamente
Dall’uno all’altro polo.
Deh foss’io pur con voi qui sotto, e molle
Fosse del sangue mio quest’alma terra.
Che se il fato è diverso, e non consente
Ch’io per la Grecia i moribondi lumi
Chiuda prostrato in guerra,
Così la vereconda
Fama del vostro vate appo i futuri
Possa, volendo i numi,
Tanto durar quanto la vostra duri.

e la foto del bracciale dell estate un indizio per il libro

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Fotografie

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Aggiornamento quotidiano

Mi sono sempre chiesta come facciano i blogghers o bloggers, insomma alcuni di noi ad aggiornare il blog tutti i giorni.

Non lo so, ma in questo periodo mi riesce spontaneo.

Sarà perchè al mare quest’ anno non desidero affatto andare.

Sarà l’ allergia alle fragole e alla carambola di gente che ti accerchia sia sulla riva e sia in acqua, gli ultimi anni li ho trascorsi nuotando al largo, allontanandomi tantissimo dalla riva, a volte senza neanche un cuscino gonfiato a cui attaccarmi, e persa nelle onde lasciavo scorrere i pensieri.

Quest’ anno credo che andrò in collina, anche lì senza cercare molta compagnia, rintanandomi in casa e abbassando il volume.

Un chiasso e un frastuono di un mondo che non mi appartiene e non pensa come me.

 

Alcuni anni fa le mie foto finivano tutte così tagliate, rimodellate, ritoccate.

Mi mancava sempre qualcosa, l’ immagine di me non era me.

Ora ho i pezzi del puzzle ma si incastrano con gli spigoli rotti e ammaccati.

Voglio gioia, sorrisi, voci bambine, voglio enfasi e chiaro di luna, voglio sentire almeno uno strumento musicale suonare nella vibrante attesa della certezza di volare su quella collina e sentirmi davvero libera.

Un post quotidiano che apparentemente non ha niente da dire, ma programma tra ricerche di sinonimi e contrari l’ uscita di un libro tra tanti, brutto, bello, fotoritoccato, desiderato e poi quasi strappato via.

Il mio libro è un pennello, sfiora l’ alba di un giorno uguale a tutti gli altri, non sarà cambiamento forse non porterà il Giovamento sperato, ma è un gesto di grande coraggio, poggiare su carta un mito e un risveglio.

Ci vuole coraggio per dire io son desto e voglio che vi destiate anche voi.Antonio 195

ecco ironizzavo sulle mie foto venute male, ricomporsi non è facile, oggi sono a dieta perchè per molto tempo ho voluto come Dorian Grey, quello di Wilde corrompermi di cioccolato, caramello, panna. Non ci vuole molto a cadere nella dissolutezza, la bilancia oggi parlava di un successo fatto di numeri, ma la parte interiore non vi è dieta nè ordine che la ricollochi nella spensieratezza.

Si chiama età adulta, no si chiama Consapevolezza.

Amarezza.

Si chiama affrontare ogni giorno come una sfida, allontanarsi per poi riprendere a vivere come se niente fosse, ma non si può fare finta troppo a lungo.

Gli incidenti ci sinsegnano che due rette si sono incontrate, ma se le rette sono mille, come si definisce ?

Boato, Cosmo, avverso, preso per il capo e srotolato, ti accorgi che erano solo rette, senza una direzione, obbligate ma accecate.

Come si chiama quel giochino giapponese con gli stuzzicadenti da scagliare senza far cadere tutto ?

Ecco se si ritorna al gioco tutto è facile, tutto è bello e colorato.

E voi come vi vedete in foto ? vi amate ?

Penitenza

Ho trovato nel web questo elenco di eruzioni, non ne conosco altre fonti ma ho deciso di inserirlo per rendere merito a chi lo ha scritto, supponendo abbia trovato fonti attendibili, sembra una catastrofe inaudita, eppure riguarda una delle zone più cementificate e abitate di oggi.

Il titolo Penitenza è davvero difficile trovarne una spiegazione logica, nelle religioni non esiste, perchè equivarrebbe a smettere di professare un credo, per cui forse è solo per coloro i quali non sanno, e fanno da tramite a una energia di rinnovamento.

Mi spiego meglio, alla piccola Bernardette nella grotta di Lourdes le fu detto ( non si sa bene da quale entità ) di mangiare fango putrido.

Ora quella bambina era del tutto innocente, secondo gli storici perchè mai andata a scuola, segno che il peccato regna sovrano nelle congreghe, ora perchè dovesse espiare lei nella sua candida purezza i peccati di un posto lordo di peccatori resta una domanda senza risposta.

Se frugate nel web, la parola penitenza potrebbe avere radici molto diverse, cosa vuol dire espiare proprio non saprei.

Se qualcuno di voi volesse leggere le eruzioni qui sotto penserebbe subito a un posto maledetto.

Probabilmente la Memoria è una parola sconosciuta a molti, per cui espiazione, purificazione, penitenza non valgono molto, costruire è invece frutto di mente smemorata.

Nel film Se mi lasci ti cancello, c’è un ragguaglio notevole con questa tesi, quali sono le vostre scelte ? quali sono le vostre sofferenze ? perchè ci leghiamo a una persona ? perchè spesso nelle foto abbiamo il peso del vissuto ?

Antonio 244

Se dovessi fare una carrellata di immagini di espiazione per noi donne è sempre indicibile il quantitativo di morte e distruzione osservati nel corso della propria vita, spesso legarsi vuol dire frantumare la propria indipendenza, mortificare la propria essenza libera, agire per puro sentito dire, e ogni volta che impugnamo un obiettivo rivolgendolo verso di noi salta fuori immancabilmente quello che siamo.

I grandi scrittori del passato lo hanno descritto così bene, la fenice, l’ ego, nonostante siano i vissuti di altri spesso ci riduciamo a poche migliaia di entità simili.

In questo periodo non leggo tanto, ma la cinematografia e le visite a musei e siti archeologici mi lasciano sempre dell’ idea che ovunque si vada ci sono due tipologie umane una che fa penitenza dei disastri compiuti dall’ altra.

Mi troverei meglio nella seconda parte, dove lo lasciamo il sogno ?

perchè ogni anno sempre d’ estate facciamo il punto della situazione e sembra che tutto complotti per tenerci lontani dal riflettere ? basta una fetta di anguria a smettere di pensare ? una pizza, il sole, e acqua cristallina a smorzare i nostri pensieri ?

Ho deciso di scrivere come un diario di viaggio, sono così grata a tutti i blogger di wordpress che mi invitano fotograficamente nelle loro case, tra le loro vicende, che mi passano pezzi dei loro romanzi, e mi fanno vedere com’è oggi il sole a San Francisco, o un pezzettino di boulevard, un gelato a Firenze ….per cui ho deciso che ovunque andrò cercherò di fare foto e di condividerle anche se la codardia mi contraddistingue.

Questa su è un periodo di ripresa tra tanti, in cui mi ritrovavo a mettere insieme cocci rotti da altri, senza sapere mai in quele verso attaccarli, poi con il tablet spero di poter inserire anche altre cose, a spasso per musei…….

a chi volesse eccovi le eruzioni e grazie a chi si è preso la briga di elencarle…..

Il Monte Somma e il Vesuvio visti da Napoli

CRONOLOGIA

 DELLE ERUZIONI DEL VESUVIO

DALL’ANNO 79 E. V.

a cura di

Michele Puglia

con l’eruzione del 79 il Vesuvio è entrato nella sua fase storica e da questa data si hanno notizie delle sue fasi alterne di stasi, durate anche duecento anni, che non sono altro che la preparazione delle successive terribili “esplosioni” che sono la sua principale caratteristica.

Sotto il monte vi è una camera magmatica che si riempie lentamente e quando raggiunge il massimo della compressione esplode formando la caratteristica colonna di cenere e lapilli il cui calore è di 700°, prendendo  forma di pino, che poi ricade con violenza, portando morte e distruzione nelle zone limitrofe con distruzione di intere città (Ercolano, Pom­pei, Stabia) che però trovano la forza di risorgere spesso, sopra le stesse macerie dove sorgevano in precedenza.

La presente semplice cronologia riporta brevi notizie che sono state date per ciascuna eruzione.

L’ultimo risveglio del Vesuvio è avvenuto nel 1944 e nell’ anno 2014 saranno settant’anni di tranquillità: non è dato sapere quando ciò avverrà, ma gli esperti ci dicono che potrebbe essere terribile come la prima di cui abbiamo memoria, appunto quella dell’anno 79 la cui colonna di  cenere e lapilli si alzò per oltre 30mila metri.

Da quanto risulta il Vesuvio era una semplice collinetta formatasi  a forza di eruzioni; dopo ogni una eruzione quest’altezza è cresciuta o diminuita; prima si era formato un monte unico, successivamente diviso con alla  destra  il monte Somma, a sinistra il Vesuvio, anche per lunghi periodi tranquillo come lo vediamo nella foto. La intensità delle eruzioni infatti è  variata nel tempo: il secolo di più intensa attività è stato il 1700, seguito dal 1800.

La Protezione Civile si sforza per predisporre piani di evacuazione, ma si può esser certi che nessun piano di evacuazione sarebbe in grado di funzionare, innanzitutto  a causa del carattere dei napoletani che non sono disciplinati come i giapponesi, che nessun piano riuscirebbe a tenere a freno.

Uno di queste prove (l’unica di cui si abbia avuto notizia) si è rivelata un mezzo flop: su sei pulmann allestiti, erano riusciti a partire solo due… e in ritardo sui tempi previsti!

Nel caso di una tragedia del genere, anche se si dovessero predisporrepulmann in qualunque numero, non riuscirebbero neanche a partire bloccati dagli ingorghi non solo umani.

Infatti, le prime opere a cedere con un terremoto sono le strade, i ponti le linee ferroviarie.

Inoltre, percorrendo tutte le strade e superstrade della zona si nota una intreccio di tralicci che le costeggiano con cavi dell’alta tensione che le sovrastano e intersecano. Con un terremoto i tralicci si piegano come fuscelli e i cavi dell’alta tensione cadrebbero sulle strade: anche se in quei frangenti quegli automobilisti guidassero con disciplina (!), ci penserebbero i tralicci e i cavi della corrente, se non si sono già creati crepacci dell’asfalto, a bloccare il traffico stradale.

L’area è intensamente popolata è dappertutto, in particolare sulle falde del Vesuvio, abusivamente costruita, e conta novecentosessantamila mila abitanti a Napoli e seicentomila nella zona vesuviana; l’intera Campania, tutta a rischio, conta  oltre cinquemilioni ottocentomila  di abitanti.

anno 79

della nostra Era,

23 agosto

verso le ore 17

« Regnava l’imperatore  Tito (Flavio Vespasiano: 79-81), impensatamente si aprì il Monte e buttò tanto fuoco che distrusse Ercolano, Pompei, Stabia ecc. e  uccise un gran numero di persone e tra queste il celebre Plinio il vecchio ­benchè non si può dire che fu colpito dal fuoco, ma sì bene essere stato l’incendio, causa della sua morte, poichè si sa che

quel grande soffriva di asma ».

 172

delle intensità della eruzione non vi sono specifiche notizie.

203

13 marzo

« Regnava  l’imperatore Settimio Severo; dopo varie scosse il

Monte con violenta eruzione, cacciava fiamme e cenere che cagionarono  immensi danni; i boati furono uditi fino a Capua.

472

6 novembre

«Re­gnavano  gl’imperatori Leone ed Artemio, il

Vesuvio fece un in­cendio si terribile che la cenere si sparse in tutta 1′ Europa».

512

24 gennaio

Il Vesuvio erutta un fiume di lava e grande quantità di cenere e di zolfo.

Il re (degli Ostrogoti) Teodo­rico (454-526), che regnava in Italia (per conto dell’imperatore di Costantinopoli)

 sgravò gli abitanti dell’ordinario tributo per il danno che avevano ricevuto le campagne.

683

marzo

il Monte cacciò fiamme e cenere vulcanica in tanta quantità che fece una strage quasi simile a quella avvenuta ai tempi di Tito (79, sopra).

993

31 maggio

il Vesuvio dopo varie e violenti scosse di terra, cacciò le consuete materie

vul­caniche e pioggia di cenere, cagionando immensi danni.

1036

21 marzo

o secondo altri

1037

il Vesuvio non solo eruttava colonne di fuoco dalla sua vetta, ma anche nelle sue falde suc­cedeva lo stesso fenomeno di fuoriuscita di

  lava  che giunse fino al mare.

Si ritiene che fosse la prima lava che s’indurisse come pietra

e si ritiene che su questa lava indurita venisse edificata Portici

1130

15 aprile

alle due di notte

dopo diverse scosse

dal Vesuvio si alzò un densissimo fumo in forma di pino, e l’aria si oscurò di molto; dalla sua bocca uscivano fulmini e lave  liquidissime che in

breve tempo giunsero fino al mare.

 1138

29 marzo

Questa eruzione, è ricordata nelle cronache conservate

nel monastero di Cava dei Tirreni:

«Dopo che Ruggiero il Normanno. fondò la nostra Monarchia con la spada, venne in Salerno, il monte Vesuvio fece una eruzione di cenere di

tanta densità, che oscurò tutta l’aria, sino al Principato e Calabria.

Poscia comportandosi il Monte in modo scherzevole, per 40 giorni decrescendo fino alla festività de’ ss. Pietro e Paolo».

 1139

4 giugno

il cronista prosegue:

 «Ruggiero il Nor­manno , venuto da Sicilia con sette navi , e giunto a Salerno unitosi ai baroni suoi amici passò a Benevento , per occupare Airola per la morte del conte Rainulfo. Allora il monte Vesuvio eruttò dalla vetta e per otto giorni gettò gran fuoco e visibili fiamme, in modo che Napoli, le città vicine ed i villaggi teme­vano la morte.

Dall’eruzione uscì nera ed orribile cenere che dal vento spinta sino a Salerno, Capua, Napoli e Benevento, vi rimase per l’in­tero mese, di maniera che le generazioni che sopravvennero non più ebbero occasione di meravigliarsi di tanto danno avvenuto dall’ignivomo Vulcano quando furon presenti alle orribili deva­stazioni ed incendi che lo stesso produsse sotto i loro occhi, ed il

 7 ottobre

1307

alle ore  5 di notte

cacciò il Vesuvio varie lave le quali dopo aver serpeggiato per i vasti

valloni d’ intorno , sboccarono nella sottoposta campagna ,

cagionando moltissimi danni»

1500

16 dicembre

a 15 ore

«questa eruzione fu ben forte; l’aria si oscurò per tre giorni ed il Monte buttò torrenti di fuo­co, indi gran pioggia di cenere.

Ambrogio di Lione, medico e filosofo

riferisce esservi stata altra eruzione di terra rossiccia, la quale non fu riportata dagli storici , ma da lui indicata per essergli stata riferita

 mentre si trovava  in Venezia.

Così continua:

«Essa venne subita dalle annose quercie che verdeggiavano

nella voragine del Monte, asilo de’cignali. L’ eruzione avvenne nel monte Viuolo nella pertinenza di Torre, luogo detto

Trecase, verso la collina di Ottaviano, due miglia sopra il mare; perchè vedesi tal monte tutto di pietre rossicce, e la minuta polvere dal vento portata in Terra di Lavoro, pel Regno e fuori fu trovato sotto le ceneri dell’eruzione

del 1631 un metro e 59 centimetri, dove più o meno ».

1631

16 dicembre

ore 17

terminò il

1° gennaio dell’anno seguente

1632

Città, terre, case, casali in numero di 50, tutto fu abbattuto e bruciato dal fuoco: 4000 persone vi restarono morte, e 15.000 moggia di territori furono interamente rovinati.

L’eruzione del fuoco continuò pochi giorni ma non vi furono esenti degli alluvioni e de’rumori del Vulcano che continuarono

molto tempo. I più esatti scrittori contemporanei fecero ammontare tutto il danno a 20 milioni di ducati pari a lire 85.000.000 (del 1863).

Vincenzo Braccini (L’eruzione del Vesuvio) scriveva a Lord Hanilton:

« La colonna di fuoco la quale

usciva dalla bocca, covriva circa 100 miglia de’ paesi circonvicini,

e che un gran numero di uomini e di animali morirono percossi dal fulmine  che usciva da questo fumo, il quale toglieva la luce del sole, il mare retrocedè dal lido, sicchè rimasero a secco navi e galee, si vedevano con orrore in sull’arena ostriche e pesci morti; indi il Monte vomitò un gran

fiume di acqua bollente con torrenti di fuoco e lava come sopra è detto ».

1660

mese di luglio

« Dalle tre voragini che si erano aperte nell’ anno 1631 si alzò sulla sua vetta della ma­teria liquefatta, senza far rumore o pioggia di cenere come fosse cosa  ordinaria. Questo fuoco però scese per tutta la Montagna ed arrivò insino al coltivato , ove ha arrecato non pochi danni ».

1682

12 maggio

 il Vesuvio emette molta cenere vulcanica caduta a Torre del Greco, Ottaviano ed altri luoghi, e questa emissione era durata sino al

 22 maggio.

Questo fenomeno, aveva fatto innalzare sensi­bilménte il monte.

 Lo stesso avvenne negli anni seguenti

1685 e 1689

durante l’intervallo che vi fu tra questi due anni,

il Vesuvio gettò il solito vapore dalla bocca superiore.

1694

12 marzo

verso le ore 3

 il Vesuvio emette lapilli con tanta violenza che giunsero fino a Bene­vento, e sui fianchi scende in breve tempo lava in diverse direzioni, che dopo aver raggiunto i vasti val­loni intorno al Monte, una avanzava verso Napoli e l’altra verso Torre del Greco 

terminando nel successivo mese di giugno.

1701

1° giugno

 

il Vesuvio cominciò a gettar cenere e lapilli e in seguito  lava prendendo

la direzione del bosco di Ottaviano e di Bosco, terminando

il giorno 15

dello stesso mese.

 1704

20 maggio

il Vesuvio incomincia a eruttare e con­tinua il  

23 luglio

1706

28 luglio

1707

e 18 agosto

1707

« in quel tempo il Vesuvio eruttò

si gran fuoco che le fiamme giungevano a una smisurata al­tezza».

1712

13 febbraio

Iniziò una gettata di cenere durata 20 giorni continui.

Il 26 aprile, 12 e 17 maggio,  29 ottobre, 8 e 9 novembre,

dalla vetta del Vesuvio discesero su diversi fianchi fiumi di  lava

considerevoli, dirigendosi ora verso il fosso Bianco, ora nei territori di Torre del Greco.

1713

13 aprile

Si vede di nuovo fuoco sull’alto del Vesuvio.

Il 9 di maggio

altra lava discende dal lato di Torre del Greco,

 Ottviano e Resina.

1714

21 giugno

altra lava prende la direzione dal lato di Bosco e di Torre Annunziata; essa continuò sino al 30 del medesimo mese,

sempre accompagnata da scosse, cenere in aria e  rumori confusi.

 1730

27 febbraio

vi fu della cenere e pietre gettate in aria con dei forti rumori accompagnati da un torrente di lava, che si diresse verso il bosco di Ottaviano.

1732

29 no­vembre

un violento  terremoto danneggia il territorio e le  città poste ai piedi del Vesuvio,  Napoli compresa.

1733

8 gennaio

e successivo

10 luglio

1734

fuoriuscita di lava

 diretta verso Ottaviano e Torre del Greco.

 1737

13 maggio

«Una delle più violenti e ter­ribili eruzioni del Vesuvio per aver cominciato a cacciar fuori densis­simo fumo e cenere, seguiti da frequenti terremoti;  

il Monte si aprì con fuoriuscita di lava da diverse parti.

Il torrente princi­pale prendendo la direzione della chiesa del Purgatorio fuori  Torre del Greco, prosegue il suo cammino sino a quando

 non giunge al mare.

Il fuoco della lava si mantenne vivo esternamente fino alla metà di luglio.

 Gli accademici di Napoli calcolarono il materiale

del torrente essere 101, 455, 227 metri ».

 

1751

 25 ottobre

 alle ore 17 e alle ore 4 della not­te

forte scossa a Napoli e nei

paesi adiacenti al Vesuvio,

 il Monte scoppiò nel  luogo detto atrio del Cavallo

la lava che ne uscì cominciò a girarvi per il declivio del Vesu­vio e nello spazio di 8 ore percorse  4 miglia e si estinse totalmente il

25 febbrajo dell’anno

 1752 .

IL

1754

2 dicembre

sul Vesuvio si aprono due bocche da cui fuoriescono  torrenti di fuoco

 dei quali uno prende la direzione di Boscotrecase, l’altro di Ottaviano.

Il fuoco di queste due bocche termina il

20 gennaio dell’anno

1755

 

« Allorchè il Ve­suvio cominciò a gittar altro fuoco dalla vetta. Questa nuova eru­zione era ben impetuosa, ed era pure accompagnata da pietre spinte sì alte, ch’esse impiegavano 8 secondi per cadere sul Mon­te. Verso la metà di luglio del medesimo anno si formò nel cratere del Vulcano una piccola montagna che dalla sua vetta gettò pure fuoco e pietre. Dall’apertura che si era formata al suo piede, uscì fuoco assai denso

 il quale lo circondò da per tutto.

 L’altezza di questa montagna sul piano interno del cra­tere era di metri 26 e 15 centimetri ed il giro 469 e 85 cen­timetri ».

 1759

27, 28 e 29

 maggio

« il Monte dopo aver  cacciato molte fiamme il dì innanzi, fece continui muggiti con de’ rumori e scosse di terra: a mezza notte del me­desimo giorno la piccola montagna che si elevò nel 1754 cadde nell’abisso con un rumore orribile; usci dalla vetta della Mon­tagna una quantità immensa di fuoco, e si formò a circa 24 ore del giorno 30 una lava sì rapida, ch’essa discese quasi nel corto spazio di un’ora sino al piede del Vulcano.

Il 31 terminò tutta l’eruzione.

11 danno che fece ammontò presso a poco a 26 mila ducati,

pari a lire 110.500 (del 1833) ».

 

1760

23 dicembre

alle ore 19

« A molte miglia lungi dal Vulcano avvertissi un violento terremoto il quale nella mat­tinata replicò molte volte, indi il Vesuvio scoppiò alle ore 19 sul luogo nominato il Noto , e più basso della vetta

 di circa quattro o cinque miglia.

Le fenditure prodotte dallo scoppio della Montagna non furono che 9 o 10 , ma quattro tra esse sola­mente in forma di piccole montagne dalle quali sboccò un tor­rente di lava che , dopo aver traversato la grande strada del-l’Annunziata, si fermò quasi al mare;

essa era larga nel fronte di metri 965,08.

L’ eruzione terminò il

6 gennaio del

1761

 In tutto il danno fu calcolato a 300 mila ducati

pari a lire 1.275.000 (del 1863) ».

 1771

1° maggio

alle ore 16 

« Il Vesuvio dopo vari rumori traboccò in seguito tranquillamente una piccola la­va da una vasta fessura ch’era circa metri 158 e 75 centimetri, più al di sotto della vetta di questo Vulcano.

 Il 9 del medesimo mese alle ore 24 circa, uscì da questa fessura uno spaventevole torrente di fuoco e prese un corso rapido e tortuoso verso l’atrio del Cavallo; si divise in molti rami; danneggiò delle terre coltivate ed infine si estinse  negli ultimi giorni di questo mese ».

 

1776

19 ottobre

 verso le ore 20

« Il Vesuvio co­minciò a far de’rumori simili a de’colpi delle più grosse arti­glierie e si avvertirono fino a Napoli, ove i vetri e le porte delle case tremavano. Alla fine del medesimo giorno il Monte scoppiò verso la vetta dalla parte di Ottaviano e ne discese un torrente di fuoco che si divise in molti rami nella direzione di Resina fino all’ atrio del Cavallo.

Il rumore ed il fuoco cessarono dopo 7 giorni ».

1779

agli 8 del mese di agosto

verso un’ora e mezzo

« Vari giorni prima di questo incendio vi fu una lava la quale usci continuamente dalla vetta della montagna. La medesima sera vi fu un’immensa quantità di fuoco il quale si accrebbe successi­vamente sulla vetta del Vesuvio, per lo spazio di 3 quarti d’ora.

Questo fuoco, che in seguito ricadde nel cratere,si  elevò a una altezza calcolata a metri 176 e 98 centimetri dagli osservatori più esatti.

Il rumore in questa occasione era continuo, si vide il cono del Vesuvio come ancora il monte di Somma coperti in gran parte di molte pietre infiammate che per la gran colonna di fuo­co erano rigettate sopra queste due montagne. Da una fessura che si era formata nel Vulcano percorso dalla lava, si elevò una nube nera, carica di cenere e pietre, nella quale vedevasi di tanto in tanto, cagionato da molte combustioni elettriche,

 indi avvenne una gran pioggia di cenere che copri tutta la monta­gna di Somma, formando una parabola che si  elevava al di sopra della vetta del Vulcano, fino alla collina di Posillipo ».

 1790

circa metà di settembre

« Vari rami di lave si forma­rono sull’alto del Vulcano. Nella medesima vetta si fecero pure molte fenditure, ove durante qualche giorno il fuoco traboccava violentemente, in certi altri lentamente.

Due rami di lave andarono a molta distanza verso il mezzo­giorno. Vi fu fuoco fino alla fine del mese di ottobre, e sola­mente nelle vicinanze del Vesuvio , fu accompagnato da vari tremuoti ».

                  

 1794

15 giugno

 « Questo incendio fu preceduto dalla man­canza d’acqua dei pozzi durante molti giorni.

La notte del 12 di tale mese, alle ore 3 e 20 minuti s’intese in Napoli e ne’ paesi vicini un tremuoto, la cui scossa fu per ondulazione dall’occidente all’oriente. Esso continuò per quattro o cinque secondi.

 La notte del 15 alle ore due  e quat­tro minuti, vi fu un’altra scossa per ondulazione che continuò per tre secondi.

Allora il Vesuvio si aprì quasi alla metà del cono.

 La notte del 15 giugno alle 3 la lava cominciò a scor­rere da un incavo che fece sette bocche.

 Questo scorrere continuò tutta la notte con una impetuosità

 straordinaria e con un ru­more continuo simile a rumori di grosse artiglierie. L’igneo torrente che al principio si dirigeva verso

 Resina, si gettò tutto ad un tratto sopra  Torre del Greco.

Aveva una larghezza di 529 metri e 10 centimetri , la lunghezza 5687, 82. Percorse questa estesa nel breve spazio di quattro o cinque ore,

ed oc­cupò metri 129, 59 nel mare.

 A Torre del Greco comoda dimora di 18 mila persone,

 ne perirono circa 60, e fu distrutta in quattro quinti.

Si vide il fuoco esteriormente in differenti luoghi fino all’

8 luglio.

«  Il mattino del giorno

16 luglio

 

si osservò dal lato del mare per dei momenti, l’aria essere chiara  e il fuoco della lava che di­struggeva Torre del Greco; in seguito il Vesuvio fece una pioggia di cenere, accompagnata da fulmini continui e da com­bustioni elettriche.

La lava coprì 322 moggia (ogni moggio è pari a 3/4000 mq. ndr.)

di territori coltivati (pari a circa 1.000 ha), ciò che va­lutossi al prezzo allora corrente di ducati 800 per ciascun mog­gio, e fece una somma di 257.600 ducati pari a lire 1.094,800 (del 1863).

Dopo una mancanza di acqua de’ pozzi ne’ paesi circonvicini al Monte, il suolo asi sollevò sensibilmente tra la spiaggia

di Torre del Greco e quella dell’ Annunziata  ».

La notte degli

11 agosto alle ore 5

s’ intese il muggito ne’ dintorni del Vesuvio , accompagnato a mormorii e scosse di terra.

Il giorno

12

il Monte tuonava e faceva uno sparo simile a delle grosse artiglierie , indi cacciò una colonna di fuoco dalla sua vetta, non ché dalla

parte che riguardava tra il mezzogiorno e

l’occidente, e cacciava un fuoco si vivo che non si poteva guardare lungamente.

 Si udiva un muggito da rassomigliarsi ad una tem­pesta la più orribile,

 ed al fischio dell’ aquilone il più impe­tuoso.

La lava si diresse da principio verso il mezzogiorno, e ap­pena arrivò agli orli del cratere , retrocedeva e riempiva successivamente

il vuoto del medesimo cratere.

 

I1

28 agosto

s’ intese un muggito più forte de’ giorni passati, comparì un’al­tra bocca visibile pure a Napoli. Essa era più al settentrione

 e gettava fuoco e pietre nel cratere del Vulcano.

Il giorno se­guente

29

il rumore fu più frequente , e la nuova bocca vo­mitò una più gran quantità di fuoco e di pietre.

Verso le ore 22

s’intese dal Monte una scarica for­tissima , in seguito uscì

dall’ orlo verso il mezzogiorno e l oc­cidente con il suo lungo pennacchio, un fumo ben forte ca­gionato dalla lava la quale traboccò dal cratere , indi videsi incamminare rapidamente verso il piede del Vesuvio e seguire sempre la direzione tra il mezzogiorno e I’ occidente.

Il giorno seguente

30

arrivò a’piedi del Vesuvio.

 La lava si divise in quattro rami, cui due presero la direzione fra il mez­zogiorno e l’ occidente.

Nel medesimo giorno verso

le ore 22

i due rami al mezzogiorno eransi riuniti in uno: quanto alle due altre tra il mezzogiorno e l’occidente, poco ci voleva che non si fossero riunite nel fosso Bianco.

Il

 4 settembre

venne dall’ oriente una tempesta fortissima , la quale continuò per lo spazio di due ore , e fece scorrere con più violenza la lava verso il basso.

I1 giorno

 11 settembre

le lave di nuovo scendevano dal Monte con più rapidità, e cammin facendo si divise in tre rami, che era corsa per qualche tempo per un canale di acqua. Questa prendendo la sua direzione verso il monte S. Angelo o de’ Camandoli, si era molto allargata dalla parte di sotto.

Il 12

il muggito nel cratere fu più forte. Gli abitanti. di

 

Resina intesero tremare molte volte le loro case, di maniera ch’ essi passarono tutta la notte in mezzo la strada.

Il  

15

questa lava era di già arrivata sotto i Camandoli, e si fermò allo stretto chiamato Calcara.

La sua grandezza era di 23 metri e 81 cen­timetri , e la sua altezza di 6,09. Dopo ciò il Monte cessò di eruttare ».

1805

12 agosto

alle ore 2 e 25 minuti

« Un ru­moreggiamento continuato e qualche leggera scossa  precedettero questa eruzione una delle più tranquille e rapide

 che si fosse mai avuto.

La lava apparve prendendo la dire­zione al mezzogiorno, e con una tale celerità che in un mo­mento  si vide ai  piedi del Vulcano, ove si era divisa in più rami, scorrendo così per tutte le campagne vicine.

 Non ci vollero che due ore di tempo a tre di questi rami per arrivare alla strada consolare.

Una di essa era larga 340 metri e 20 centimetri e dopo essere

 andata a lato della casa di campagna del cardinale fuori  Torre del Greco senza danneggiarla , aumentata sempre da altre lave,

all’ alba entrò 5 metri e 29 centimetri nel mare

al luogo chiamato villa Salerno.

 I due altri rami occuparono in tal modo la strada tra la casa

soprannominata del cardinale, e quella che confina coi Camandoli.

 Il torrente del fuoco fece gran danno ai terreni arati,

e quattro persone restarono bru­ciate ».

Si spense interamente

il

27 settembre.

La sera del

 15 ottobre

dello stesso anno all’una,

  « s’in­tese un gran scoppio partendo dal Monte, e da questo si aprì una fessura da cui uscì una lava che si divise in tre rami:  una andò dal lato di quella del mese di agosto e settembre del medesimo anno, traversò quella del 1794 , pervenne a quella del 1779 ed infine andò

a cadere nel vallone del Pesce.

 L’al­tra corse sopra il fianco della lava de’ Camandoli

e l altra prese la direzione de’ Monticelli.

Il fuoco si estinse il giorno 19.

Il 20 e 21 il Vesuvio gettò molto fumo.

La sera del 31 fu coperto di neve in gran quantità,

 dopo di che non si ebbe, fino allora , altre cose a notare.

Il

15 dicembre

1812

«dopo alcune scosse di terra , il Ve­suvio fece due bocche sul Monte stesso , indi quest’ igneo torrente scorse nel fosso Grande

 arrecando non pochi danni ».

Nel

1820

«dopo i soliti muggiti e scuotimenti di terra, il Ve­suvio fece una lava la quale scorse per ben sette giorni nel fosso Grande, avendo una velocità straordinaria. I giorni sus­seguenti rallentò di forza sempre proporzionatamente fino a quan­do finì ».

Il

22 ottobre

1822  

« dopo varie scosse di terra , il Vesuvio cacciò fuori una lava impetuosissima la quale arrivò fino a poco lungi della Torre Annunziata.

Questa eruzione cessò dopo una gran pioggia di cenere ».

1831

domenica  31 Agosto

« dopo forti muggiti e scuo­timenti di terra, il Monte cacciò una lava che

nel suo passaggio arrecò lo sterminio a tutti quei fondi sottoposti ad essa,

 e la desolazione ai rispettivi proprietari.

L’i­gneo torrente arrivò ad Ottaviano, villaggio

ragguardevole situato alla radice del Monte ».

La notte dell’ ultimo e al primo

del

1839

« dopo qualche scossa di terra di nuovo il Monte fece una lava che scorse ben forte e per nove giorni nel fosso Grande ».

Al mese di febbraio dell’ anno

1842

« il Vulcano fece un’ altra eruzione, ma senza arrecar danno,

poichè la lava si fermò quasi alla base del Monte ».

Durante gli anni

1847

 e

1848

« il Vesuvio fu in continua azione, cioè dalla vetta del Monte si alzavano alte fiamme, proporzionate a un fuoco il quale si limitava a calare sino alla base del Ve­suvio  e quindi cessava ».

 

23 dicembre

 1849

e

24 dicembre

 1850

verso un’ ora di notte

dell’ anno

« dopo grandi muggiti e scuo­timenti di terra, si aprirono

tre crateri nel luogo detto atrio del Cavallo ,

di là il fuoco arrivò sino ad Ottaviano ».

Nella notte del

1° maggio

1855

 « L’eruzione fu preceduta da varie detonazioni del Vesuvio, il quale aprì verso il luogo detto atrio del Cavallo,

 più di dieci crateri tra grandi e piccoli,

 cacciando da questi moltissima lava, accompagnata da soliti muggiti , vedendosi scendere dalla vetta del Vesuvio un torrente di fuoco

il quale giunto al piano del no­minato atrio del Cavallo,

si gettò,  simile ad un fiu­me. nel fosso della Vetrana

L’enormità della lava

che scorse, fece quasi riempire il sot­toposto abisso e la lava dal nominato fosso della Vetrana, passò a quello di Faraone, dirigendosi verso Massa e S. Sebastiano, paesi in direzione di detto Fosso.

Un’ altra colata di  lava arrivò poco lungi dall’ abitato della Cercola ,

paesi tutti situati alle vicinanze del Vesuvio.

Altre consimili procedevano  verso S. Giorgio a Cremano, conseguenza del riem­pimento del fosso Faraone.

Al giorno

 3

l’eruzione fluiva dalla parte detta de’ Taralli,

diramandosi pure dalla via delle Novelle, te­nimento di Resina (grosso villaggio costruito sulle rovine di Ercolano),

cosa che fece mettere un giusto allar­me in quel paese.

Infine il Monte dopo

23 giorni

 cessò di erut­tare ».

Al mese di agosto del

1857

« Il Vesuvio cominciò a fare una lava, che  usciva dal suo orlo, scorse dalla parte del set­tentrione e cessò nel mese di  settembre, senza fare alcun danno. Al mese di ottobre dello stesso anno, il Monte fece un’altra piccola eru­zione; ai 20 dello stesso mese

alle 8 meno 13 della sera,

il Vesuvio fece un grande scoppio e s’ intese una forte scossa di terra per tutti quei dintorni , non escluso Resina e Portici.

Se ne cadde quella vetta di Monte per ove eruttava, e per più minuti il Vesuvio si vide in una sola fiamma, dando così uno spettacolo curiosissimo. Tutto questo però che fece il Monte erano, per così dire, preludi di una grande eruzione la quale doveva occupare una pagina significante nella storia del nostro Vulcano ».

 

Il

 27 maggio

1858

« Verso le dieci del mattino,ai piedi del Monte e propriamente sul piano delle Ginestre, si aprirono circa undici crateri, senza far gran rumore o scosse, come esser so­lito fare il Vesuvio in simili circostanze, facendo due lave principali, l’una delle quali diresse, simile a un gran fiume, nel fosso della Vetrana, l’altra dopo aver percorso il lunghis­simo tratto del nominato piano delle Ginestre, giunse la sera de’ 30 maggio nel fosso Grande, formato da tor­renti d’acqua della pioggia.

Al mese di agosto,

 l’eruzione cessò di far danno alle cam­pagne sottoposte, rimanendo delle tre principali bocche, una sola in attività, che poi pure si estinse.

Questi coni da dove uscì tanto fuoco il primo più prossimo al Vesuvio era di circa 2069 metri cubici e 73 centimetri.

Il secondo era meno grande del primo, avendo il suo cono

di metri cubici 1268,84.

Il terzo appena si vedeva, essendo stato coperto dalla lava.

Questi crateri sono gli uni dirimpetto gli altri,

 anzi i due primi formano un sol gruppo, essendo coperti

 di svariate e belle pietre di ogni colore e l’interno di detti coni

era ricco di un bel sale ammoniaco,

di schiuma di ferro, di acido solforico ecc. ».

1859

1° febbraio

« L’eruzione scorreva so­pra le sue lave, facendo molto danno a quelle terre e selve sottoposte all’Osservatorio , cosa che avanzandosi ed al­zandosi sempre più quella massa di fuoco, fece sì che superò quella parte di monte detto il Ciglio, buttandosi nel vallo di Quaglio».

« La sera del

13

dello stesso mese comparve una forte emissione di lava al di sotto del 

Salvatore, cioè sopra ai Tironi, e dopo cadde nel vallo di Qnaglio, nel quale ci ho trovato delle pietre idocrasie e mica ».

La sera del

 22 a 25 marzo

 un torrente dilava  corse con tanta violenza nel luogo ov’era il fosso Grande , che superò quasi tutta la sua lunghezza.     

Al

 16 aprile

l’eruzione superò un altro punto del nominato burrone verso il basso e si poneva in mezzo alla strada nuova dell’Osservatorio, la quale trovandosi al di sopra del fosso Gran­de e questo essendosi colmato, ne veniva per conseguenza che detta via era minacciata

 lungo tutta la sua linea ».

Durante lo spazio di

25 giorni

 i più esperti periti dissero che  il fuoco aveva  fatto un danno di 10 mesi, in confronto di co­me era avanzato in  precedenza.

 Un abbondante e continua colata di lava usci­va da sopra la grotta del Lapillo ch’era nel vallo di Quaglio e ai

 piedi di una rupe di tufo ed oggi coperta dalla lava ».

Al

13 novembre

il fuoco si era molto elevato e disteso nel luogo detto Focone,

 che  è pressappoco ov’ era la grotta del Lapillo.

Al

 primo dicembre,

le lave di fuoco, che scorrevano verso il basso,

avevano cessato di far danno.

Sul luogo però, una volta pia­no delle Ginestre il fuoco

scaturiva ancora.

Al

 24 di detto mese

 verso le 12 p. m.

il Vesuvio fece due crepe alla sua base, dalla parte del piano delle Ginestre , facendo due colate sufficientemente lunghe, ma senza alcun dan­no ».

Solo al

 12 aprile dell’ anno

1861

  que­sta eruzione cessò definitivamente.

« Il torrente di lava aveva distrutto pressappoco 1300 moggia di territori, conseguentemente furono abbattute pure una gran quantità di case coloniche, proporzionato alle numerose

 moggia di terra sopra nominate , facendo la media proporzione,

il danno si può calcolare almeno a lire 2.762,500 »(valuta del 1863).

*   *   *

« L’eruzione del 1858  (scrive l’autore del testo, v. sotto) si credeva fosse stata la più famosa dei miei tempi, e ch’io avessi posato la penna , almeno per qualche tempo in rapporto alle eruzioni,

ma mio malgrado, dovetti scrivere pure quest’altra che segue:

8

dicembre

 1861

alle 9 a. m.

«  si incominciarono ad avvertire a Torre del Greco, delle leggere scosse che aumentarono di numero e di forza sino alle 3 p. m.;

a quell’ora la gente fuggiva a calca da Torre per il grande tremito,

poichè le case andavano ora da un lato, ed ora da un altro.

 Dopo ciò fece un’ ora di riposo, ed alle quattro, dopo un forte

scoppio, si aprirono cinque crateri e nel momento

dell’ebollizione  ne fece circa undici,

 ma poco dopo si chiusero via-via tutti rimanendone un solo,

 e ciò fu propriamente a’ piedi del Vesuvio e nelle lave del 1779

a circa un miglio da Torre del Greco, ed a linea retta

della chiesa del Pur­gatorio, nel luogo detto le Scappe,

tra i casini di Napparo e Brancaccio.

Da queste fenditure accompagnate da soliti mug­giti incominciò  a innalzarsi un fumo simile a un gran pi­no,

  che elevandosi sempre più,  oscurò l’aria e formò in seguito una parabola che si estese sino a Capri, e poco dopo quell’isola non si vedeva e la cenere incominciò a cadere.

« Frattanto le scosse continuavano sempre raddoppiando perciò lo spavento di tutti quegli abitanti dei paesi intorno al Vesuvio , e nella Torre del Greco si arrivò a contare

ventidue

nel giorno

8.

La notte del

  9

dicembre

« seguirono altre scosse e all’alba si vide quella disgraziata

città di Torre del Greco quella disgraziata Città esser tutta lesionata , e precisamente tutti i fabbricati che poggiavano sulle lave del 1794;

 solo la piazza del Purgatorio essendo fabbricata sulla cenere vulcanica detta lapilli, poco soffrì;

il resto della città faceva veramente pietà.

Ad ogni leggera scossa cadeva una casa;

le lesioni erano così aperte in mezzo alle vie che facevano grande impressione.

La bella fontana pubblica dei Torresi che ha venti cannelle, si­tuata verso la marina; il terremoto , io suppongo , avendo rotto sempre più le lave al disotto, fece sì che le acque una volta del fiume Dragone, che poi furono

coperte dalle antiche eruzioni, al­lagarono quel luogo ».

Il giorno

 10

dicembre

le bocche aperte cessarono di eruttare,

la vetta del Vesuvio continuava a emettere  fuoco e fumo.

La notte del

giorno

11

 

« si ebbe una forte scossa,

e questo si dice a­vesse fatto bollire o sorgere per più parti l’acqua alla marina della Torre del Greco.

In questo stesso giorno la terra sfondò tal­mente alla sinistra del largo Ripa, che si vedevano nel fosso dei pezzi di lastricato, ov’era la via del 1794 ».

Il  giorno

13

dicembre

« crol­lavano in Torre vari palazzi ed altri so aprivano, ed alla mezza notte, o poco più di quel giorno, si vide uscire da certe vie e propriamente dalle fessure, molto fumo ed un fetore di gas acido-carbonico che si sviluppava in vari punti della città , nonché; verso la marina.

Era curioso il veder bollire il mare in più parti,

occupando un significativo spazio e quasi fino al lido.

Per questa eruzione furono interrotte le comunicazioni con le Calabrie, Basilicata e Salerno; tanto con la ferrovia che con la consolare;

ond’ è che il Governo aprì una strada che dalla sinistra

del Capo la Torre porta fuori al Cardinale  ».

Il giorno

16

dicembre

verso le 8 a. m.

 

 « dopo una scossa di terra, che a Torre mai mancavano,  si vide

 fortemente bollire il mare a circa due miglia distante daTorre e in lnea retta di essa alzò in quel luogo una gran massa, non si sa , se di acqua od altra cosa, che cadde di nuovo nel fondo del mare, e certi marinai avendo passato per quel luogo soffrirono un gran fetore di zolfo ».   

Il giorno

17

dicembre

verso le 9 a. m.

  « nello stesso luogo del mare
ove successe il fenomeno si videro uscire fuori del mare due
altri piccoli getti.

Nello stesso giorno verso l’una p. m.,

il Vesuvio principiò a cacciar un gran pino con  slanci di fulmini,
accompagnati  da cupi rumori, e ciò continuò sino alla sera
»
.
« Il fenomeno » annotato dagli osservatori, era stato

« il sollevamento del suolo di Torre del Greco

per oltre un metro  sul livello del mare e

 poichè il massimo di questo sollevamento

corrispondeva al di  sotto delle lave del 1794, sulle

quali una parte della città fu riedificata,  queste

per natura poco cedevoli, si sono rotte e fessurate in varie parti

 minando  un gran numero degli edilizi sovrastanti ».

Questo fenomeno del sollevamento,

  avvenuto più volte, sebbene gli osservatori non ne avessero capito le causa, spiegava comunque il motivo del

fenomeno del sollevamento e abbassamento del tempio di Serapide.

 L’autore del testo (v. sotto), dal sollevamento e abbassamento del suolo,

che si era verificato anche a Torre del Greco,

 prende  lo spunto per suggerire ai proprietari delle abitazioni

crollate, una volta cessato l’incendio,

di non affrettarsi a riedificare gli edifici caduti!

La notte del

23

dicembre

il Vesuvio,dopo due scosse di terra, iniziò a

emettere molto fumo e all’ alba si vide  un gran pino che ingombrava tutta l’aria, indi cadde molta cenere a varie riprese.

Il giorno

26

cadeva una cenere non più color cerulea , piuttosto rossastra e sotto gli usci delle case si  osservava di un color ver­derame.

Alla fine del

1861

 la cenere cessò  di cadere.

« Debbo dire » (scrive l’autore del libro, v. sotto) « che grazie al patriottico soccorso delle cento città d’Italia, la commissione pei danneggiati di Torre raccol­se una somma di lire 352.750,

delle quali 34,000 furono riser­vate per un asilo infantile ».

 

Eruzione del

1872

Dopo l’eruzione, il cono del Vesuvio raggiunge la sua massima

altezza con 1335 m s.l.m.

Nel maggio del

1905

inizia una nuova eruzione, dapprima con lenti efflussi di lava e,

dal gennaio

1906

con un’attività esplosiva intermittente.

Il

7 aprile

 1906

l’eruzione entra nel vivo con alte fontane di lava e forti terremoti, e culmina con la formazione di una colonna a forma di

pino che raggiunge un’altezza di 13.000 metri.

L’eruzione termina verso la fine di aprile.

Dopo l’eruzione del

1906

la cima del Vesuvio appare troncata e presenta un’ampia voragine di circa 500 metri di diametro e 250 di profondità.

 L’orlo del cratere  è ribassato fino a 1.145 metri nel punto minimo,

vale a dire 180 metri in  meno.

Il 10 maggio

1913

 il fondo del cratere sprofonda di circa 75 metri per un’area

 del diametro di 150 metri.

Dal

 5 luglio

1913

tale sprofondamento si riempie di lava.

Piccole esplosioni provocano lanci di scorie che si accumulano

formando un piccolo cono.

Tra il

 1915

 e il

1920

il fondo del cratere si solleva di circa 100 metri.

L’

8 novembre

del

1926

avviene il primo trabocco di lava all’esterno del cratere e tre anni dopo, nel giugno

del

1929

si verifica una violenta eruzione.

 Dopo questa eruzione, il Vesuvio alterna stasi e attività, che si svolge all’interno del cono, per parecchi anni.

Il

12 agosto

 1943

la lava riprende a sgorgare all’interno del cratere

da una bocca posta al piede del conetto.

L’apertura di questa bocca causa il crollo del conetto che

a sua volta, determina un aumento delle esplosioni.

Il

 6 gennaio

1944

aumenta il flusso di lava.

Da una frattura apertasi sul fianco del conetto, scaturisce una colata che, dopo aver invaso in meno di un’ora il settore ovest del cratere, si riversa all’esterno spingendosi per oltre 100 metri a valle.

La lava continua a fluire all’esterno del cratere sino al

26 gennaio

e all’interno dello stesso fino al

23 febbraio

giorno in cui l’attività effusiva cessa del tutto.

Nelle prime ore del

13 marzo

1944

crollano le pareti del conetto e cessa ogni tipo di attività fino al pomeriggio del

14 marzo,

quando riprendono nuovi e deboli lanci di scorie,

la cui frequenza e abbondanza va lievemente aumentando

 nei tre giorni successivi.

Nella notte tra

17 e 18 marzo

il conetto crolla definitivamente e cessa qualsiasi ulteriore attività.

Bibliografia: Da “Compendio delle principali eruzioni del Vesuvio dall’anno 79 infino alle descrizioni delle recenti” ( fino al 1861)  di Carlo Siniscalco di Lucantonio, Napoli, 1863.

TABELLA DATE

 DI RICORRENZA

Anno:

79; 172; 203;  472;  512;683; 993;

1036 e 1050 – 1158 e 1159;

(cento otto anni di inattività)

1307

(lungo periodo di tranquillità duecento anni )

1500;

ripresa

1631; 1660;1682;1685;1689; 1694;

1701; 1704;1706 e 1707;  

 1712; 1713; 1714; 1730; 1732; 1733 e 1737       

1751; 1754 e 1759;    1760; 1771;1776;

 1779; 1790 e 1794;

1805; 1812;1820; 1822; 1834;1839; 1842;
1847; 1849; 1850 e 1855;  

1857; 1858;  1859;1861;1872;  

1905; 1906; 1915-1920; 1926; 1929;

 1943;

1944

cessazione di ogni attività.

FINE

Lirico istitutore privato

1807261_medium

 

Per il confezionamento del mio mini librino per bambini ho deciso di attendere alle lezioni private di un pensatore e l’ ho assunto come istitutore, e qui me ne vanto.

Dovrebbe poichè anche lui è un autore spiegarmi in scivolizia la doppia regola della pigrizia, incantarmi in inglese, poichè lo è, a gioire in pavese, giacchè non lo sono.

Stamane mi ha lasciato questo

He thought he saw an Elephant,
That practised on a fife:
He looked again, and found it was
A letter from his wife.
“At length I realise,” he said,
“The bitterness of Life!”

He thought he saw a Buffalo
Upon the chimney-piece:
He looked again, and found it was
His Sister’s Husband’s Niece.
“Unless you leave this house,” he said,
“I’ll send for the Police!”

He thought he saw a Rattlesnake
That questioned him in Greek:
He looked again, and found it was
The Middle of Next Week.
“The one thing I regret,” he said,
“Is that it cannot speak!”

He thought he saw a Banker’s Clerk
Descending from the bus:
He looked again, and found it was
A Hippopotamus
“If this should stay to dine,” he said,
“There won’t be much for us!”

He thought he saw a Kangaroo
That worked a coffee-mill:
He looked again, and found it was
A Vegetable-Pill.
“Were I to swallow this,” he said,
“I should be very ill!”

He thought he saw a Coach-and-Four
That stood beside his bed:
He looked again, and found it was
A Bear without a Head.
“Poor thing,” he said, “poor silly thing!
It’s waiting to be fed!”

He thought he saw an Albatross
That fluttered round the lamp:
He looked again, and found it was
A Penny-Postage-Stamp.
“You’d best be getting home,” he said:
“The nights are very damp!”

He thought he saw a Garden-Door
That opened with a key:
He looked again, and found it was
A double Rule of Three:
“And all its mystery,” he said,
“Is clear as day to me!”

He thought he saw an Argument
That proved he was the Pope
He looked again, and found it was
A Bar of Mottled Soap.
“A fact so dread,” he faintly said,
“Extinguishes all hope!”

Pensava di aver visto un elefante,
Quello praticato su un piffero:
Guardò di nuovo, e trovò che era
Una lettera di sua moglie.
“Alla fine mi rendo conto”, disse,
“L’amarezza della vita!”

Pensava di aver visto un bufalo
Sul camino:
Guardò di nuovo, e trovò che era
La nipote di suo fratello della sorella.
“A meno che tu non lasci questa casa,” disse,
“Manderò la polizia!”

Pensava di aver visto un serpente a sonagli
Questo lo interrogò in greco:
Guardò di nuovo, e trovò che era
Il mezzo della prossima settimana.
“L’unica cosa di cui mi pento,” disse,
“È che non può parlare!”

Pensò di aver visto un impiegato del banchiere
Discendendo dal bus:
Guardò di nuovo, e trovò che era
Un ippopotamo
“Se questo dovrebbe restare a cena,” disse,
“Non ci sarà molto per noi!”

Pensava di aver visto un canguro
Questo ha funzionato con un macinino da caffè:
Guardò di nuovo, e trovò che era
Una pillola vegetale.
“Dovrei ingoiare questo,” disse,
“Dovrei essere molto malato!”

Pensò di aver visto un Coach-and-Four
Quello era accanto al suo letto:
Guardò di nuovo, e trovò che era
Un orso senza testa.
“Poverino,” disse, “povera cosa stupida!
Sta aspettando di essere nutrito! ”

Pensava di aver visto un albatro
Quello svolazzava intorno alla lampada:
Guardò di nuovo, e trovò che era
Un francobollo di Penny-Postage.
“Faresti meglio a tornare a casa” disse lui:
“Le notti sono molto umide!”

Pensò di aver visto una porta da giardino
Quello si è aperto con una chiave:
Guardò di nuovo, e trovò che era
Una doppia regola del tre:
“E tutto il suo mistero”, disse,
“Per me è chiaro come il giorno!”

Pensò di aver visto una discussione
Ciò provava che era il Papa
Guardò di nuovo, e trovò che era
Un bar di sapone chiazzato.
“Un fatto così terribile,” disse debolmente,
“Spegne ogni speranza!”

Il giovane Editore poeta nell’ Oceano Libro

kitesurfing-grenadines3.jpg

 

Qualche giorno fa ho scritto in risposta a chi scrive sul web decantando la grande e inarrivabile editoria e sminuendo il lavoro entusiasta dei piccoli editori   https://lagraziaeilcontatto.wordpress.com/2018/04/30/lode-ai-piccoli-editori/ .

Se anche il grande Umberto Eco si era a suo tempo stufato dei grandi editori, vuol dire che frasi di massima non se ne possono fare, bisognerebbe, ragionare e poi scrivere, ma solo se si è lettori, lettori per davvero.

Io ritengo che i libri, chiunque li abbia scritti e pubblicati, mi hanno salvata in molte occasioni, per cui rispetto il lavoro di tutti, anche se i grandi gruppi dell’ editoria, hanno dei manager che non brillano, e questo viene detto anche in trasmissioni come Report.

Vorrei scrivere in chiaro perchè non ho mai mandato un pdf a nessuno.

Semplice perchè non ci credevo, non ho avuto tempo, e per molto tempo ho avuto un rifiuto verso il pc.

Un giovane editore ha accolto il mio manoscritto, avete letto bene, un quadernino scritto a mano, e già questo molti grandi editori non lo fanno.

Anni fa vidi un film americano dove un grande scrittore sempre mezzo ubriaco, che passava il tempo nei bar ad annotare su tovagliolini i suoi appunti, tutto d’ un tratto stabiliva che il romanzo era completo, e andava dal suo editore, che dal panfilo gli telefonava ogni giorno, implorandolo perchè la sua ultima moglie lo stava dilapidando di ogni bene, incassato col suo ultimo romanzo, per cui aveva bisogno che gliene scrivesse un altro.

Allora, il grande scrittore, portava tutti i suoi foglietti alla segretaria che li raccoglieva manco fossero diamanti, telefonava all’ editore che stappava lo champagne e ordinava caviale.

La piccola editoria in Italia, fa il lavoro che spesso non viene nemmeno vagliato dai grandi, anche perchè non è vero che molti aspiranti autori mandano pdf ovunque.

C’è chi ci lavora per anni, c’è chi la invia con parsimonia, c’è chi non la invia affatto, metti che te la rubano e la pubblicano con il nome di un grande autore, puoi fare causa ad un colosso, per un tuo lavoro di cui non hai la copyright ?

In ogni caso il piccolo editore, ti apre la porta, ti risponde al telefono, si mostra disponibile, ti consiglia e aggiusta.

Scopri che ha pubblicato delle chicche, scopri che ha consolato cuori afflitti, scopri che oggi giorno anche un professionista ha un cuore e un anima.

Comprendi che non ci guadagna un gran che, e in fondo il suo lavoro è poesia, in rima in un mondo non in riga, dove però qualcuno ci crede ancora.

 

 

A few days ago I wrote in response to those who write on the web decanting the great and unrivaled publishing and diminishing the enthusiastic work of the small publishers https://lagraziaeilcontatto.wordpress.com/2018/04/30/lode-ai-piccoli-editori/ .

Even if the great Umberto Eco was in its time stewed by the great publishers, it means that broad sentences can not be done, we should think and then write, but only if you are readers, readers for real.

I believe that books, anyone who has written and published them, have saved me on many occasions, so I respect everyone’s work, even if the big publishing groups have managers who do not shine, and this is also said in transmissions as Reports.

I would like to write clearly because I have never sent a pdf to anyone.

Simple because I did not believe it, I did not have time, and for a long time I had a refusal to the pc.

A young editor has accepted my manuscript, you have read well, a hand-written notebook, and already this many great publishers do not.

Years ago I saw an American film where a great writer always half drunk, who spent time in the bars to write down his notes on napkins, all of a sudden established that the novel was complete, and went to his publisher, who from the yachting he telephoned every day, begging him because his last wife was squandering him of every good, collected with his latest novel, for which he needed someone else to write to him.

Then, the great writer, he took all his paperwork to the secretary who collected them was not even diamonds, he phoned the publisher who uncorked champagne and ordered caviar.

The small publishing in Italy, does the job that often is not even considered by the big, also because it is not true that many aspiring authors send pdf everywhere.

There are those who work there for years, there are those who send it sparingly, some do not send it at all, put that they steal it and publish it with the name of a great author, you can sue a giant, for your work that you do not have the copyright?

In any case, the small publisher opens the door, answers you on the phone, shows you available, advises and adjusts.

Discover who has published some goodies, find out that he has consoled afflicted hearts, discover that today even a professional has a heart and a soul.

Understand that it does not earn much, and after all, his work is poetry, in rhyme in a world not in line, but where someone still believes.