La casa degli artisti

SONY DSC

 

Dal fondo della valle appare vivido il riflesso acqueo del fiume.

La terrazza si apre verso una visuale laterale eppure lì sotto, mescolato tra arbusti, querce e sambuco regna il tempio del fiume.

Scorre lento tra le colline, per una maestosa area regna sovrano tra gli alveoli dei monti, da cui attinge acque piovane, per poi finire convogliato in cittadelle moderne.

Avanza come un torrente mesto di fianco ad archi romani e le sue acque accolgono reflue fabbriche e concerie.

Tutto quello che è stato sopra viene distrutto prima di finire a mare orrido e senza nessuna alleanza cittadina.

Eppure gli artisti che ospito hanno una visione bucolica intatta, un paese lontano sulla rupe di una collina, dove ogni anno viene rievocato il passato con cavalli e cavalieri.

Ai musicisti piace sentir scorrere le vacche nella notte in una moderna transumanza scortata da auto e luci bluastre.

Splendidi buoi bianchi dalle corna sottili e algide, roteano gli occhi sfavillanti nel chiarore della Luna.

Con i campanacci si fanno largo sull’ asfalto ma volgono lo sguardo a valle anche loro odorando il fiume vicino, poche centinaia di metri più in basso.

Al fiume si raccolgono erbe magiche, per trucchi esoterici e non si fa in tempo a fare il bagno perchè i rivoli travolgono nelle secche.

Ciottoli nelle anse delle colline che chiamano chianche, parlano di piogge, di glaciazioni arrotondanti.

Gli artisti sono musici medievali e moderni, chi suona Mozart e chi ballate, i pittori lasciano sempre una tela appena bagnata, dove l’ olio di lino sfida il senso di gravità gettando liquidi colori che resteranno lucidi.

Averli con me è un lusso, Djerassi è lontana, non ha buoi, non ha splendidi castelli creati con la malta e la pietra bianca.

Preparo limonate, rossi bicchieri con frutta e pizzette.

Stasera senza palcoscenico qualcuno metterà in prosa pensieri evanescenti, lo spettacolo di Roberto era senza arnesi, solo coperte di lana grigia e fasce bianche su tavole e brande, un grammofono che rimandava il discorso del Duce e seminascosto dal ficomoro un moderno stereo dove erano registrati bombardamenti di 70 anni fa.

Attori e spettatori mescolati sulle brande, lanterne a olio e Roberto che passava nel mezzo a dare ordini e notizie

– Il cacciatorpediniere della Marina Regia Zeffiro è stato affondato a Tobruk in Africa, molti soldati sono del paese, presto tutto finirà, bisogna scavare delle buche per nascondere olio e vino, finchè non saremo tutti al sicuro -.

– Domani ci si riunisce nella vecchia cava, due ore dopo il tramonto-.

A volte io mi chiedo perchè ho organizzato tutto questo.

Spettacoli dove i ragazzini non hanno parte, ma ne prendono parte anche loro.

Non c’è un copione, non ci sono spartiti, e se ci sono spesso il vento se li prende per portarli altrove e leggerli da sè.

La casa degli artisti diventa una canoa, un guado, un anfratto dove tutti entrano spengnendo le sigarette fuori, alla buona maniera in una ciotola con sabbia del mare che dista 100 chilometri.

Da quando si entra non riconosco più chi conosco da poco e chi da tempo.

Sono qui da quasi sei anni e tutti parlano di me come quella che viene da fuori.

Quella donna  che porta esperimenti, senza mai allontanarsi troppo dalla storia di questo paese, come se lo avesse vissuto.

Un centenaro in giacca cravatta e paltò, mi chiese quanto doveva pagare, gli mandammo la damigiana di vino offerta per la festa di apertura dal figlio di suo cugino emigrato a Boston.

Lui torna ogni anno, prima fa crociera a Bali e poi arriva in paese.

Si sente accento spagnolo tra le scalinate irte che portano in piazza, gli aceri dal tronco splendidamente in mimetica, offrono foglie che sanno di Canada a giovani che vivono qui, ma che prima andavano sempre nella provincia a vedere se la sera c’è qualcuno.

La casa degli artisti ha frenato il passo di molti, una corriera con tendine blu, air conditioned e wi fi ad attenderli e loro che si danno arie da grandi, a volte frugano con lo sguardo il giardino sperando di leggere la locandina dei prossimi spettacoli.

Nel giardino tra un abete e l’ altro ho appeso un canto poco tibetano scritto con il pennarello nero su stracci di stoffa colorati cangianti attaccati a un filo, sventolano nell’ aria e incuriosiscono i passanti.

-E’ quella di fuori che organizza sempre qualcosa, l’ ultima volta che risate volava tutto e continuavano a suonare, ma Florindo solo qua porta il vino più buono-.

-Si è affezionato, guarda, ha messo anche le campanelle, non c’è stata per un po’ e il merlo ha fatto il nido nella cassetta delle lettere, un nido quadrato, quanto era bello, me lo ha portato dopo che sono volati tutti i merli-.

– Anche con la neve ha organizzato spettacoli, mia nipote veniva e diceva che c’ era tutto il paese, quelli di sotto no, quelli mai, ma il resto venivano tutti, stasera vado pure io-.

La casa degli artisti ha bandito un concorso per nuovi talenti, bisogna avere un sogno, uno strumento, e un copione.

giugno 2013 028.JPG